Wheatfield: the swishing golden sea of Milano

“Ma poi queste foto le pubblica?”. Inizia così la mia chiacchierata sul grano proprio sotto i grattacieli di Porta Nuova in centro a Milano. Ed è una chiacchierata di scoperta e di vita. È da poco passato mezzogiorno, il sole è a picco; questo sessantenne sardo, la cui inflessione di voce tradisce le origini ancor prima che lui lo sveli, mi si avvicina mentre scatto qualche immagine al campo di grano; le trebbiatrici lavorano a rilento. “Non è questa l’ora migliore per raccogliere il grano. Io andavo all’alba nei campi. E poi le spighe sono basse, è tutto pieno di erbacce. Non so nemmeno se il grano sarà buono…”: la sua voce è roca, gli occhi perlustrano i quasi quattro ettari di terreno attorno a noi alla ricerca di risposte.

È il giorno del raccolto per l’opera ambientale Wheatfield di Agnes Denes. Ha suscitato curiosità tra i milanesi, a febbraio quando c’è stata la semina pubblica. E suscita curiosità (e un po’ di scetticismo) anche adesso che le spighe sono gialle e pronte.

“Sono venuto apposta dalla Sardegna per esserci oggi” mi racconta ancora il signore sardo che preferisce l’anonimato. Gli  chiedo se davvero quel grano per lui non è buono. E lui non se lo fa ripetere due volte. Salta oltre la rete e inizia a strappare qualche spiga. Ne fa un mazzetto, me lo regala. Poi ne prende altre. E le sgrana.

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“Noi andavamo nei campi la mattina presto per poter tagliare i fusti con la falce perché a quell’ora i gambi sono ancora umidi. Però ci si faceva male… i filamenti pungono. Ci davano dei guantoni lunghi fino al gomito e un grembiule come quelli da cucina, solo più resistenti per proteggere il corpo”. Mentre parla le mani lavorano veloci, con maestria. La spiga se ne va e resta solo una manciata di grani. “Sono duri e sani. È grano buono… Non pensavo” dice rasserenato. “Lo scriva pure: lo si può lavorare a semola di grano duro”, in volto gli spunta un sorriso. “Non è esattamente come nei miei ricordi da piccolo: in Sardegna c’erano certe distese di grano, le spighe alte, dorate… e quando soffiava il vento si chinavano tutte, ondeggiando e frusciando. Questo no. Ma è il piccolo mare di Milano. È già tanto che c’è. E va bene così”.

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