Be dragged by the tide throw you off course

Quanto è facile lasciarsi trascinare dalla corrente e perdere la bussola di fronte ad una tempesta! E non ho usato a caso termini marinareschi. 
La riflessione, è quasi immediato capirlo, arriva dal naufragio della Costa Concordia. Che impressione vedere quelle immagini di un gigante del mare sventrato, adagiato su un fianco privo di vita… oltre 110mila tonnellate che hanno ingoiato vite, sogni, speranze. Un pachiderma che ha inghiottito la vacanza di oltre 3mila passeggeri: doveva essere una settimana di relax, è stata una notte da incubo. La fortuna per la maggior parte di loro si è tradotta in un sospiro di sollievo e nella gioia di poter stringere ancora a sé le persone care, i propri affetti, il proprio futuro, di poter tornare nelle proprie case ancora intirizziti dallo sgomento e dal freddo pungente patiti quella notte, ma salvi. 
Con la testa e il cuore pieno di rabbia a pensare a chi sia stato il responsabile di questa tragedia. I mass media, l’opinione comune hanno già crocifisso il comandante, lo hanno già condannato, chiuso in carcere e hanno gettato la chiave ancor prima che la giustizia faccia il suo corso. Ha tutte le sue responsabilità per questa tragedia gravissima e non sarò certo io a difenderlo. Ma il processo mediatico che si è scagliato contro di lui e contro tutto l’equipaggio della nave – dai membri della plancia di comando fino ai cuochi ‘colpevoli’ di aver condotto in salvo scialuppe di salvataggio – mi ha un po’ disgustata. Ho sentito parlare di disorganizzazione, incapacità, mancanza di coordinamento e professionalità. Accuse che hanno riguardato in ogni ordine di grado il personale di bordo. 
Sono stata in vacanza su una nave Costa, ho apprezzato quel viaggio, la vita di bordo, la professionalità dell’equipaggio (e non si tratta né di captatio benevolentiae né tanto meno di un gratuito osanna). Sono un’appassionata di barca e ancor prima di mare. E forse anche per quello mi fa male sentire quante imprecisioni, quante leggerezze, quante banalità e riflessioni gratuite siano state fatte da quello sciagurato ‘inchino’ la notte del 13 gennaio. Dai termini marinareschi al codice di navigazione (d’altronde però non è materia di studio comune e richiede pure una certa propensione), alle usanze e abitudini di chi va per mare, al comprendere che la gerarchia richiede rispetto: in quelle situazioni di panico, qualsiasi membro dell’equipaggio – dall’ufficiale giù giù fino all’ultimo dei mozzi, passando per tecnici audio, addetti alle boutique, camerieri, cuochi – aspetta un comando. Aspetta di essere guidato. Aspetta il via libera per salvare quante più vite umane possibili. Un ordine che alcuni di quegli ufficiali, barman, macchinisti, traduttori hanno volutamente disobbedito, ‘ammutinando’ il capo supremo per salvare i passeggeri. Un disonore per chi va per mare, tanto quanto l’essersi mostrato incapace di gestire la situazione: l’aver abbandonato la nave, un’onta all’etica di chi va per mare.
La maggior parte degli italiani, il 90% (da un campione intervistato in merito da Renato Mannheimer) pensa che la tragedia sia stato frutto di un errore umano. Ma non sarà che anche quest’uomo o questi uomini una volta resisi conto del dramma si siano scoperti nudi? Paurosi e scioccati proprio nel momento in cui a loro si richiedeva di dare più del massimo. Incapaci e inadatti a prendere una decisione estrema che un loro stesso errore aveva causato. Dice un proverbio: “la paura gioca brutti scherzi”. La paura immobilizza, la paura sconvolge, la paura fa pensare a salvare la propria pelle, rende inermi, disarmati, defraudati; la dignità, il prestigio, la fierezza di una uniforme se ne vanno giù, scivolano in mare insieme ai gradi e le stellette sulla giacca. Ed è il buio. 
costa

 

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